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Accordi commerciali e agricoltura sostenibile, una questione di coerenza tra azione interna ed esterna dell’Unione Europea. Il libero scambio “a processo” nel saggio di un dottorato dell’Istituto Dirpolis della Scuola Sant’Anna

L’Unione Europea è davvero in grado di assicurare che tutti i prodotti alimentari che finiscono sulla tavola dei consumatori rispondano ai suoi standard di produzione interni? In che modo l’Europa assicura che i prodotti agro-alimentari da essa esportati e importati, oltre che sicuri per la salute del consumatore, garantiscano il rispetto di adeguati livelli di sostenibilità nell’ambito del processo produttivo stesso? Come l’Unione garantisce che nei paesi da cui importa prodotti agro-alimentari siano rispettati limiti minimi in tema di emissioni climalteranti, welfare degli animali o altre varie prescrizioni sull’inquinamento di aria, acqua e suolo?

Ad oggi, sembrerebbe lecito dubitare che gli accordi di libero scambio conclusi dall’Unione garantiscano perfetta simmetria tra gli standard interni in tema di sostenibilità agricola ed ambientale e quelli in vigore nei paesi terzi, con cui gli accordi sono conclusi. Accordi analizzati con rigore scientifico, in una prospettiva giuridica, e coraggiosamente messi in discussione nella tesi di dottorato di Luchino Ferraris, giovane studioso della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Una tesi che ora è diventata anche un libro destinato ad avere un forte impatto, non solo circoscritto ai circoli strettamente dottrinali: “The pursuit of sustainable agriculture in EU Free Trade Agreements” (trad.: Il perseguimento dell’agricoltura sostenibile negli accordi di libero scambio conclusi dall’Unione Europea con paesi terzi) è infatti stato appena pubblicato dalla importante Wagenigen Academic Publishers, con prefazione di Daniel Calleja Crespo, Direttore Generale della Direzione Ambiente della Commissione Europea.

L’autore, che il 16 marzo, in piena pandemia da Coronavirus, ha discusso da remoto la sua tesi di dottorato in Human Rights and Global Politics: Legal, Philosophic and Economic Challenges (relatore Mariagrazia Alabrese, docente di Diritto Agroalimentare all’Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant’Anna), è attualmente impegnato come Legal Officer della Commissione Europea di Bruxelles proprio nel settore agro-ambientale. La sua ricerca nasce dunque proprio nel cuore delle politiche agricole della UE ed anche con la ‘benedizione’ di alcuni policy-makers.

Con la sua indagine, il giovane ricercatore mette in luce potenzialità e limiti dell’approccio seguito dall’Unione per “rinverdire” la propria politica commerciale, in particolare nella parte riguardante i prodotti agricoli. La sua ricerca si candida inoltre ad essere presa direttamente in considerazione direttamente da numerose personalità delle istituzioni europee, inclusi policy-makers preposti alla negoziazione degli accordi.

La research question fondamentale della ricerca è quella del se ed in che misura l’Unione Europea promuove il proprio modello di sostenibilità ambientale nell’attività agricola dei  paesi con i quali conclude accordi di libero scambio. Ferraris approfondisce come casi studio sei accordi internazionali che, per ragioni diverse, sono rappresentativi delle politiche europee in atto: si tratta dell’accordo con il Canada, (anche noto come CETA), con la Corea del Sud, con l’Ucraina, con il Cile, con la Comunità di sviluppo dell'Africa meridionale (il c.d. gruppo SADC) e con il Vietnam.

“Per sostenibilità – spiega il giurista - si deve intendere l’idea di sviluppo sostenibile accolta dai trattati istitutivi (e dalla legislazione secondaria) dell’Unione Europea, una nozione che si impernia sul necessario bilanciamento tra esigenze sociali, economiche e ambientali. Ho ritenuto importante porre particolare enfasi, negli accordi internazionali che ho analizzato, sulla componente ambientale della sostenibilità, perché la preservazione delle risorse naturali è una precondizione funzionale al perseguimento di qualsiasi altra finalità economica e sociale”.

I dubbi sulla sostenibilità del commercio di prodotti agricoli – prosegue Ferraris – si trovano in tutti gli accordi analizzati, sia pur in termini e misure diverse a seconda del caso. Dal 2006, la Commissione Europea ha peraltro lanciato una nuova strategia (“Global Europe”) in cui ci si propone di valorizzare la dimensione ambientale di tali accordi, ma nei fatti ciò può dirsi essere avvenuto con alterne fortune. In generale, è evidente come maggiori sforzi debbano essere profusi in questo senso, il che appare ormai chiaro anche ai policy-makers stessi: basti leggere l’European Green Deal del dicembre 2019, che traccia una chiara linea da seguire anche in questo ambito. Tra le criticità maggiori, vi è la scarsa pregnanza degli obblighi di matrice ambientale contenuti negli accordi, spesso per l’ambiguità delle formulazioni utilizzate, che è poi causa di quella che noi giuristi chiameremmo una scarsa ‘giustiziabilità’’ degli obblighi in questione. Nel definire il livello di ambizione auspicabile da parte dell’Unione nei confronti dei propri partner commerciali, è opportuno operare i dovuti distinguo legati alle inevitabili differenze tra paesi che si trovano a stadi diversi di sviluppo”.

Il volume di Luchino Ferraris getta da un lato le basi per mettere in discussione la coerenza dell’approccio dell’Unione in materia di sostenibilità (agricola), viste le rilevate discrasie tra legislazione applicabile a beni prodotti in Europa e gli (spesso inferiori) standard ambientali (e non solo) a cui sono sottoposte la coltivazione e la lavorazione dei prodotti provenienti dai paesi terzi, che i consumatori europei con sempre maggior frequenza trovano sulla propria tavola; dall’altro, in un’ottica pienamente europeista, l’autore propone soluzioni concrete per il miglioramento della governance europea in questa materia.